Parrocchia Santa Maria Mediatrice - Roma

Campagna romana

 

La “nostra” storia risale principalmente agli inizi del Novecento e, probabilmente, anche alla fine dell’Ottocento, quando “Tor Pignattara”, questo quartiere di Roma, non era che il classico “agro romano” costellato di “ville” che appartenevano a nobili e possidenti, nelle quali si risiedeva per gestire le proprietà terriere o, meglio, le grandi tenute che circondavano l’allora piccolo, rispetto ad oggi, agglomerato urbano della città di Roma. Come si può ben vedere, nelle foto che seguiranno, vi erano solo grandi tenute. Queste “tenute”, ossia questi grandi possedimenti di terre, avevano la particolarità di essere state, per il passato, importanti aree ricche di cave di tufo e di pozzolana da dove si estraeva materiale per le costruzioni dei palazzi al centro della città. Infatti, in epoche molto antiche, questi luoghi hanno risentito della vicinanza dei vulcani dei “Colli Albani” che ne hanno condizionato la composizione geologica. Dunque, ci troviamo di fronte a un reticolo di cavità sotterranee nei litotipi vulcanici, legate all’attività dell’uomo, il cui colore è proprio quello della Pozzolana grigia, materiale vulcanico piroclastico di colore grigio, incoerente, con discrete proprietà pozzolaniche e del Tufo Lionato.

Esistevano pertanto grandi appezzamenti, forse anche coltivati, ma pieni di cavità e tunnel sotterranei. In alcuni punti troviamo anche due livelli di gallerie, che caratterizzano in modo speciale il territorio. Questa fitta rete di cunicoli, secondo la memoria di alcuni, si ricollega anche alle vicine catacombe, immettendosi quindi in altri tunnel e gallerie sotterranee che arrivano fino al centro di Roma.

Ai primi del Novecento, il luogo, dove poi in seguito sorgerà la Parrocchia, apparteneva al territorio di Torpignattara, ma era circondato dalla Tenuta di Acqua Bullicante e dalla proprietà “del Drago”, presso la quale sorgerà in seguito il complesso “Casilino 23”. Come dicevamo, la zona era poco densamente abitata, per cui non si ritroveranno significative presenze religiose, a parte l’antica parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro, su via Casilina, che era stata eretta il 1° febbraio 1765 dal papa Clemente XIII come vicaria curata unita al collegio beneficiale lateranense. A questa parrocchia, fino agli anni Venti competeva la cura spirituale di questo immenso spicchio della campagna romana.

 

Il territorio di Tor Pignattara (L. Calvario)

 

Prima di tutto dobbiamo sfatare una diceria senza basi storiche: l’urbanizzazione del nostro territorio, inteso ovviamente come l’area più vasta che comprendeva la vecchia Sesta Circoscrizione, non è iniziata all’inizio del Novecento. Ci sono infatti innumerevoli elementi e prove storiche per poter avviare questo stesso studio da epoche ben più lontane, non solo a partire dalle epoche imperiali romane ma molto prima.

Per brevità saltiamo al periodo, dopo il Medioevo, tra il XV e il XVII secolo, quando le opere difensive presenti vengono trasformate in casali per la coltivazione dei campi e l'allevamento del bestiame sotto la proprietà di varie famiglie nobili romane: Colonna, Boccamazzi, Dello Schiavo, Del Drago, Ludovisi, Barberini, Borghese e Torlonia.

Durante il XVIII secolo l’edificazione è legata alle residenze di campagna delle più importanti famiglie nobili e alto borghesi (ad esempio Villa Favorita) che cercavano, non lontano dal centro di Roma, un luogo di riposo. Quindi tutto il territorio era ben coltivato con frutteti, vigneti e vaste aree coltivate a frumento. I limiti erano spesso definiti dai torrenti ed acquitrini esistenti, della cui esistenza resta traccia in molta toponomastica.

Per urbanizzazione e progettazione territoriale, nel senso moderno del termine,dobbiamo arrivare al 1870, con la grande fase di edilizia della nuova Roma Capitale e l’arrivo massiccio di muratori impegnati nei lavori, quasi sempre ex contadini, che costruiscono in queste zone le loro baracche. Nell’ultimo dopoguerra poi a queste baracche si costruiscono case abusive.

La nostra zona, Centocelle e Torpignattara rientrano, invece, in una precisa lottizzazione legata agli ultimi piani regolatori con l’edificazione delle prime borgate. La borgata Gordiani viene costruita tra il 1928 e il 1930; altri interventi di recupero avvengono negli anni ’50 ad opera del Comune, fino alla totale scomparsa nei anni ’70.

Nel periodo compreso tra l’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale, Roma conobbe una fase di grandi trasformazioni urbanistiche che, oltre a modificare in profondità il volto del suo centro storico, la portarono ad espandersi ben oltre i limiti della città consolidata, con la formazione di interi nuovi quartieri periferici e, aldilà di questi, entro la fascia che si estendeva dal suburbio fino alla campagna romana, con l’edificazione delle cosiddette borgate “ufficiali”.

Il vasto programma quadriennale portato a compimento nel corso del 1927 ne è una prova significativa. Comprendeva diverse categorie di alloggi: case popolari; case economiche, assegnate al ceto medio impiegatizio, la cui differenza con quelle popolari consisteva nella maggiore ampiezza degli ambienti, in una più accurata rifinitura di lavori e infissi e in una presentazione estetica qualitativamente più alta; case cosiddette “rapide” concepite per sopperire ai bisogni più urgenti; case realizzate per alloggiare le famiglie provenienti dai baraccamenti (le cossi dette borgate); e villini con giardini o orti, affidandone la costruzione secondo precise indicazioni architettoniche a cooperative (è il caso dei villini del Pigneto) o a società private di costruzione (è il caso dei villini di Via Cori).

Il Duce, con il Governatore il Principe Piero Colonna, nel 1927 istituisce una “Commissione per lo studio delle condizioni di vita e delle necessità dei quartieri periferici”. Lo scopo è quello di eliminare agli occhi dei numerosi visitatori stranieri previsti per l’Esposi­zione Mondiale del 1941 uno scenario indecoroso della Capitale. Per questo «Sarà per esempio, necessario eliminare tutti i nuclei edilizi a carattere popolarissimo che sorgono sulle direttive di traffico tra la Città e la zona dell’Esposizione Mondiale». Un obiettivo molto ambizioso che richiedeva un piano edilizio, affidato all’Istituto delle case popo­lari, con la costruzione di interi insediamenti popolari in zone forzosamente ancora più lontane.

Il simbolo della gigantesca operazione è il “piccone”, quello che in tante foto ufficiali brandiva Mussolini con “maschio piglio” per dare il primo colpo sui palazzi da demolire per ridisegnare una Roma romana, o meglio, la Roma idealizzata dell'iconografia fascista ed imperiale.

Nel centro storico, le fondazioni della Roma fascista furono poste allora, a colpi di imposizioni durissime: Via della Conciliazione (nata dalla demolizione della spina di Borgo), via dei Fori Imperiali (giù la collina Velia, via i quartieri medievali e rinascimentali, deportati gli abitanti in periferie mal collegate e senza servizi a futura gloria della romanità), l'Isola Tiberina "ripulita" dalle case per far posto all'ospedale, la nuova città universitaria, il Foro Mussolini (oggi Olimpico), La Casa Littoria (oggi ministero degli esteri), la Città del cinema, piazza Argentina e corso Rinascimento, Termini, l'Eur, la sistemazione dell'Augusteo, i palazzi delle Poste a via Marmorata e piazza Bologna, a via Taranto e a Ostia. E, in periferia, i quartieri per gli sfrattati del centro ma anche per i nuovi inurbati: Donna Olimpia, Porta Metronia, Primavalle, Tiburtino III, il Trullo, Tufello, Quarticciolo, Tormarancia, Acilia. A cui si aggiunsero in quegli anni, fenomeno modernissimo e ancora resistente, le borgate e le baraccopoli per gli ultimi, i poverissimi.

Impressionante la vividezza della foto che immortala l'inaugurazione della borgata Gordiani, un elegantemente biancovestito Mussolini voltato verso una donna, una bimba e una vecchia contadina, e questa lo saluta con un antico gesto di sottomissione indiano, le mani giunte portate alla fronte.

L'elenco delle demolizioni di Mussolini urbanista, è impressionante. Impressionanti le cataste di infissi, le montagne di mattoni, i fasci di travi accumulati nei cantieri: all'epoca si demoliva con il piccone e la mazza, non con la dinamite, e ogni mattone integro, ogni tegola si recuperava. E se si pensa che tra i piani mussoliniani c'era quello di rendere visibile il Pantheon da piazza Colonna, non c'è che da rallegrarsi per lo scampato pericolo.

E’ in questo quadro, ampio e complesso, che dobbiamo inserire l’inizio delle costruzioni dei nostri villini. L’intera area scampò alla gigantesca espropriazione a favore dell’Istituto Case popolari per l’area dove sorgerà contemporaneamente la Borgata Gordiani, area esattamente equidistante dalla Via Prenestina e dalla Via Casilina. La borgata infatti iniziava a Via Teano per finire a Via Labico (dove ora c’è la rotonda del Casilino 23).

Il 24 Dicembre 1927 il Governatore di Roma delibera la concessione alla Società Anonima Cooperativa P.A.R.C.A, “la costruzione di 37 villini in zona destinata a villini in Torpignattara”.

Il 23 Febbraio del 1929 viene concessa alla stessa PARCA la costruzione di altri 3 villini in Via Labico ( a sinistra sul tratto antecedente la piazza venendo da Via Casilina) e della costruzione della casa del guardiano (non si ha traccia di quale sia esattamente).

Le aree rimaste non edificate (una occupata attualmente dal tendone dell’ex “Trattoria Lo sceriffo”) erano destinate a Costruzione Intensiva simile alle palazzine di Via Terracina. Non si è a conoscenza del motivo per cui non furono più costruite. Possiamo immaginare che in fase di scavi di fondazione emersero difficoltà per la presenza delle note gallerie.

 

La nascita della borgata di Tor Pignattara nel 1926

 

Quindi è nel secolo scorso che il territorio limitrofo a Torpignattara ha conosciuto un consistente sviluppo, in ossequio anche a quel “sbaraccare per baraccare”, di mussoliniana memoria, che doveva trovare nuove dimore per gli abitanti del centro storico, trasferiti per dare vita alla costruzione della grande Roma. Infatti, in questi mesi del 2017, sono stati celebrati anche i novant’anni del quartiere di Torpignattara che prende il nome da quella torre che avvolge il mausoleo di Sant’Elena e che fu fatto di calcestruzzo, pignatte od anfore, da qui nella tradizione popolare il nome di “Torre delle Pignatte” dal dialetto presto trasformato in Torpignattara, ed oggi Tor Pignattara. Zona di acquitrini e fiumane, il centro del quartiere era la Marranella, dove si ergeva un'antica fontana adibita all'abbeveraggio dei cavalli. Il fosso della Marranella, che da via dell'Almone scorreva fino a sfo ciare nell'Aniene nella zona di Ponte Mammolo, attraversava l'area da via Tuscolana alla via Casilina, fino a formare un ampio stagno nell'odierna e omonima piazza. La copertura del fiume, avvenuta alla metà degli anni Venti, diede impulso all'edificazione della zona. La strada di congiunzione fra le due consolari, l'antica Strada di Porta Furba, venne denominata via di Tor Pignattara appunto nel 1926. In quegli anni il quartiere cominciò ad avere i primi servizi che si aggiunsero alla linea tranviaria a binario unico del 1916, che dalla stazione Termini giungeva a Tor Pignattara lungo la via Casilina.

L'aumento della popolazione, che nel 1930 contava già 30.000 persone residenti, ebbe come conseguenza uno sviluppo edilizio repentino, nato dall'esigenza di dare in affitto abitazioni a famiglie generalmente immigrate di recente o in cerca di canoni di locazione più miti dei rioni. Per questa ragione, già agli inizi del Novecento, Tor Pignattara è uno degli esempi italiani più interessanti di sviluppo edilizio per “autopromozione”, ovvero per l'iniziativa di privati, uniti in piccole imprese, in consorzi o agenti autonomamente. Le case, a uno o due piani, con copertura a terrazzo per permettere l'innalzamento di piano negli anni successivi, sono espressione di un'edilizia spontanea, della quale usufruisce un proletariato urbano impiegato nei servizi e nel commercio e una piccola borghesia che non ha trovato spazio nel movimento delle cooperative. Come ha sottolineato la storica Stefania Ficacci, nel secondo dopoguerra le dinamiche dell'autopromozione edilizia sono state più volte confuse con il più complesso fenomeno dell'abusivismo edilizio della città di Roma, finendo tuttavia per costruire un giudizio storicamente falso, che ha costretto Tor Pignattara ad una definizione ora di borgata, ora di quartiere abusivo.

 

Il Villino Martelli

 

In questo contesto urbano troviamo, agli inizi del XX secolo, la presenza di sporadiche “Ville” di campagna o fattorie appartenenti all’una o l’altra famiglia. Una di queste ville, per esempio, è la “Villa Sudrié”, contigua all’attuale proprietà della Parrocchia, che apparteneva alla famiglia di Luigi Sudrié, il quale commerciava in abbigliamento e forniture per militari a Roma. Quella che però a noi interessa è la “Villa Martelli” che costituirà il nucleo originario del complesso parrocchiale e che apparteneva alla famiglia Martelli. Non conosciamo l’anno di costruzione, ma, dalle carte topografiche, possiamo supporre che essa risalga agli inizi del Novecento. L’accesso alla proprietà Martelli non era, all’epoca, dall’attuale Via Cori[1], che nemmeno esisteva tra l’altro, ma da Via Labico che precedentemente era detta Via dei Carbonari[2]. Cosicché, al 1925 il civico di Villa Martelli risultava essere Via Labico 131.

Di seguito presentiamo la mappa dell’Istituto Geografico Militare del 1909[3] per renderci subito conto dell’urbanizzazione dell’epoca. Come si vede, l’accesso alla Villa Martelli è dall’antica Via dei Carbonari (dunque siamo in un periodo precedente al 1925). In un’altra mappa possiamo vedere meglio in dettaglio come era divisa la proprietà.

La Villa, dunque, apparteneva a Enrico Martelli e Agnese Fellini, rimasta poi vedova e, quindi, unica proprietaria degli immobili che comprendevano anche quelli dove ora c’è l’attuale convento delle Suore di San Paolo di Chartres. Nell’atto di vendita del 1928 la proprietà, che risultava ancora con accesso a Via dei Carbonari 43, così si presentava composta: un villino con 16 vani compresi gli accessori, un vecchio casolare in cattivo stato, con tinello e con grottino, magazzino e pollaio, altro piccolo fabbricato composto camera, cucina e terrazzino e sottostante rimessa, chalet e laghetto, strisce di terra abilitate a passaggio. Ci renderemo meglio conto della distribuzione dei diversi fabbricati in seguito quando vedremo il convento delle Carmelitane. Per ora è sufficiente vedere come era il posto all’avvento delle stesse religiose.

 

 

 

 

 

            

 

 

[1] Via Cori fu istituita il 13 aprile del 1929 come strada presente tra Via Labico e Via Formia.

[2] Al 1925 risultavano due strade chiamate Via dei Carbonari, una a Porta Maggiore ed un’altra al Foro Traiano. Onde evitare confusione, quella fuori Porta Maggiore, con deliberazione del Regio Commissario del 30 luglio 1925 fu rinominata come Via Labico.

[3]  Pianta di Roma e suburbio disegnata dall'Istituto geografico italiano per conto del Comune di Roma. Proiezione policentrica di Sanson-Flamsteed, icnografica, orografica. Indicazioni toponomastiche nella pianta. Segni convenzionali e altre notizie per l'uso della pianta al foglio 10, in basso a sinistra. Si tratta di un'edizione aggiornata ed aumentata della pianta preparata dallo stesso Istituto nel 1907 (come è scritto a sinistra del foglio 10) e pubblicata nel 1908-1909.

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